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domenica 21 febbraio 2016

33, GLI ANNI DI CRISTO

“Ancora 39 giorni, dopodiché avrai 33 anni. Sì, signora. 33”.
Guardo avanti, ma non posso fare a meno di sbirciare indietro, perché tutto è scivolato di corsa: il primo bacio – il liceo - la festa dei 18 anni – la laurea – il contratto che ora non c’è più – gli amori altalenanti – l’incoscienza. 

Nella mia stanza conservo ancora le barbie con cui giocavo da bambina e con gli occhi da adulta le osservo come si fa con i tesori di un museo. Sono perfettamente intatte, con gli stessi abiti di 20 anni fa. La vetrina delle bambole mi racconta chi ero, quando nel tentativo di animare dei fantocci davo loro un nome inventando storie, quasi sempre a lieto fine. Perché dovrei mandarle in soffitta? Non ho intenzione di dimenticare la purezza di quei tempi o di accantonare i sogni che accendevano la mia fantasia. 

Li rivedo allo specchio, quei sogni, oggi che ho l’aspetto di una donna, mentre esploro il mondo intorno. A volte mi sembra di vagare in un deserto, con poca acqua a disposizione, eppure in lontananza riesco a intravedere un’oasi  popolata da ninfee variopinte, che compongono un inno alla primavera. Di recente ho preso coraggio e ho fatto tabula rasa. Finalmente posso dirlo: è bello spogliarsi del superfluo, liberarsi di certezze prestabilite che pesano come una condanna.


Ma come, sei ancora single? E il lavoro, il lavoro come va? Abbiate pazienza. Io non ho voglia di accontentarmi. Preferisco questa momentanea solitudine abbinata a una vertiginosa precarietà, piuttosto che essere a vostra immagine e somiglianza, nel rispetto di presunte convenzioni. Ho digerito fin troppa ansia. Questo è il momento per vivere, magari da single e da squattrinata, ma senza fretta. 

martedì 19 gennaio 2016

IL CLUB DEGLI INCOMPRESI SENTIMENTALI

“Le incomprensioni sono così strane, sarebbe meglio evitarle sempre”… Così cantò Federico Zampaglione, voce dei Tiromancino. E quanti colpi mancini ci ha tirato la sorte? Al punto da sentirci così *incompresi dal cosmo intero.

*Uno status differente rispetto a quello del single, di cui esistono tante varianti: l’incallito, l’eterno Peter Pan, il single per scelta, il single per caso, quello scottato dall’ennesimo tradimento e via dicendo. 

L’incompreso sentimentale è una categoria unica nel suo genere, giacché ha superato da tempo la fase della singletudine e vive in un pianeta sospeso tra la realtà e la fantasia. Noi incompresi sappiamo quello che vogliamo, ma siamo condannati a non trovarlo facilmente. E’ che lungo il cammino amoroso capita di incontrare diversi ostacoli, a partire dagli stronzi patentati che fanno il bello e il cattivo tempo, passando per i soggetti filosofici eternamente indecisi, fino ad arrivare all’uomo o alla donna che latita (ovvero la categoria di essere vivente che scompare misteriosamente nel nulla, senza lasciare traccia. E nemmeno l’aiuto della Sciarelli, in simili casi, potrà tornare utile).

Non siamo un club di anaffettivi, no: siamo in grado di esprimere i sentimenti senza vergogna, ci piace la libertà ma non evitiamo la condivisione; semmai abbiamo l’anima stanca e affaticata dai numerosi tentativi falliti. Eppure la resa è lontana. Testardi, andiamo avanti, scaviamo nei perché delle incomprensioni, riflettiamo e ci ridiamo su. D’altronde l’ironia potrà indicarci la strada…

Ecco come nasce il Raduno degli Incompresi Sentimentali, l’evento social più divertente dell’anno, creato quasi per caso, in un momento di noia. Il passaparola sul web ha il potere di chiamare a raccolta tutti gli incompresi d’Italia, che potranno stringersi la mano a Lecce il prossimo 15 febbraio, in occasione della ricorrenza di San Faustino, sacra antitesi di San Valentino. Dall’alto della sua colonna veglierà anche il patrono della città di Lecce, Sant’Oronzo, al quale affidiamo simpaticamente le nostre preghiere, nell’attesa di un miracolo. 

venerdì 9 ottobre 2015

IL MIO AMICO E' GAY, ANZI "FROCIO"

La pioggia batte forte sui vetri. Genera un suono liberatorio, che è quasi musica. La sua irruenza lava la rabbia, la vergogna, ma non lava le coscienze di chi punta il dito, di chi commenta alle spalle e sorride maliziosamente. 

Le strade diventano fiumi in piena, minuto dopo minuto. Lo scroscio dell’acqua impetuosa mi riporta a un mattino di molti anni fa. Pioveva anche quel  giorno, quando Francesco si fece sorprendere dal temporale mentre riaccompagnava a casa Giulia, l'amica del cuore. Erano inseparabili, due confidenti perfetti: dai banchi di scuola fino alle passeggiate serali ai giardini pubblici. Da bambini si prendevano cura delle bambole e dei soldatini, uno accanto all’altro, in una stanza isolata dal resto del mondo.

“Giulia - balbettò timidamente, seduto su una panchina corrosa dal tempo - ho un debole per Marco”. Lo aveva confessato più volte a se stesso davanti allo specchio, ma prima d’allora non ebbe il coraggio di dirlo ad anima viva.
16 anni e una verità scomoda da raccontare, con il senso di colpa che ogni notte turbava il sonno. Come farò a dirlo a mia madre, a mio padre? Giulia si limitò ad abbracciarlo, con la promessa di rimanere al suo fianco. Non sarebbe cambiato nulla, giacché quell’affetto incondizionato era fonte di comprensione e mai avrebbe vacillato, neppure sotto il fuoco dei pregiudizi.

Giulia era la sua corazza in un campo di battaglia pieno di mine vaganti e proiettili impazziti. Le voci fuoriuscivano dalle finestre di casupole basse, schierate come un plotone di esecuzione a pochi passi dalle distese di alberi d’ulivo. L’argento delle foglie che brillavano oscillanti al sole non bastava ad oscurare i rami secchi, germogliati dai semi dell’odio. “Ricchione, sei solo un ricchione! Povero frocio!” 

Gli insulti talvolta erano plateali, ma ferivano allo stesso modo quelli mai pronunciati, eppure pensati o condivisi in assenza di Francesco. “Avrebbero dovuto chiamarlo CHECCA, è quello il suo vero nome – ironizzò aspramente l’avvocato più in vista del paese, nel corso di uno dei suoi banchetti luculliani organizzati a ridosso del Natale. Il principe del foro ostentava la sua virilità con qualunque donna gli capitasse a tiro, rasentando un machismo da quattro soldi, che faceva sprofondare nel fango il buon nome della moglie, donna di rara virtù. Una martire.
“Se mi fosse capitata una simile disgrazia con i miei figli – continuava gongolando – li avrei presi a ceffoni e rinchiusi in camera con le riviste di Playboy, fino al giorno della guarigione”.

Il Sud non ammette un orientamento sessuale diverso da quello contemplato dalla Chiesa. Non sa, o si rifiuta di sapere, che l’omosessualità non era uno scandalo nella cultura greco-romana. Tanti genitori ripudiano i propri figli perché omosessuali. Altri soffrono perché la società li considera degli alieni. Molte persone ignorano il significato dell’amore.


Pochi giorni fa ho incontrato Marco: vive in una città del Nord insieme a Francesco. A volte l’indifferenza aiuta a dribblare i pregiudizi. Nel caos di una metropoli è tutto più semplice. Passeggiano mano nella mano, senza essere derisi. Marco sogna di sposare l’uomo della sua vita in Italia, ma questo paese ha paura dei sentimenti genuini, ha paura di ritrovarsi circondato da coppie di omosessuali felici. Ha paura dei diritti, e allora preferisce rimanere ancorato ai divieti del Medioevo, offendendo il "ricchione" di turno.

Chi è libero, invece, non giudica. E soprattutto non ha paura della diversità.

domenica 27 settembre 2015

LE AMICHE DELLA SPOSA

L’incantesimo si è rotto.  Aprirà le danze una storica compagna d’avventure, con la quale ho condiviso infanzia, adolescenza, gioventù e l’approssimarsi della vecchiaia. Gli occhi si fanno lucidi: per l’emozione, per i ricordi che si susseguono e per la consapevolezza che quel giorno avrò la fatica nelle gambe e il solleone in testa. Con il passare delle ore il trucco si scioglierà, l’acconciatura cederà e la magia della bellezza svanirà. Possibile che riesca a vedere sempre il lato negativo delle cose? Lo sanno tutti, sono maestra nelle lamentele.

Non farò nomi nel racconto di questa storia, in osservanza alla privacy. C’è stato un tempo in cui si piangeva per amore, mentre i falò ardevano sulla spiaggia e l’amico accanto vomitava l’anima dopo aver tracannato birra e vodka (per non parlare di colei che in piena notte cercò il bagno a tentoni, parlando con il muro). Ho visto cose che voi umani… è tutto lì, nella scatola di una memoria ferrea, che ogni tanto fa tornare a galla episodi leggendari. Ho persino assistito a un “regolamento di conti”, una crudele “vendetta”: porto ancora negli occhi la bulletta di periferia che si scaglia rabbiosa contro la sua presunta rivale, ovvero la mia amica, che vigliaccamente non ho saputo difendere. Ecco, ho confessato. Ma questa è un’altra storia.

La nostra adolescenza è trascorsa in un luogo incantato, chiamato da tutti “villa”. Simpatie e antipatie concentrate nel perimetro che porta da una fontana a un tabacchino, tra un calzone fritto e un’occhiata alla statua della Madonna. E’ lì che abbiamo avvertito i primi sussulti, è lì che siamo cresciute e cresciuti. Da ragazzini, al calare della sera, si ballava il rock and roll e si rideva a perdifiato in quello spicchio di Sud. Si saliva a bordo degli scooter, rigorosamente senza casco, quando i cellulari neppure esistevano. Il mio primo “telefonino” è stato un Alcatel One Touch (viola). Era il 1999. Da lì cominciammo a tempestarci di squilli, a inviare sporadicamente sms per organizzare le feste di San Martino e Capodanno, con il sottofondo der Piotta che cantava “Supercafone”.

Pufff, catapultati nel 2015. Più social che mai, e tuttavia ancorati alla realtà. E’ tempo di assumere il portamento da wedding planner e di aprire le selezioni. Che selezioni? Cercasi cavalieri per il grande giorno. Aitanti e intelligenti. Per di più avremo un ruolo d’onore… le amiche della sposa: dunque serve l’abito adatto, un tacco vertiginoso e un sorriso smagliante.

Come direbbe qualcuno, hashtag #ansia. Spread love!

mercoledì 24 giugno 2015

TUTTA COLPA DI FREUD?

“Vivo di emozioni”. Cito un mio caro amico che ogni estate snocciola perle di saggezza, creando veri e propri tormentoni. Piuttosto oserei dire che “viviamo di illusioni e delusioni”, date e ricevute. Questo vale per la gente che frequento. Da sempre. Un nucleo variabile di donne e uomini affetti da sbalzi d’umore, tendenzialmente insoddisfatti e psicolabili. Bipolari. Siamo uno nessuno e centomila, moltiplicati per X. E’ una condanna, ma si cerca di sopravvivere su questo angusto spicchio di pianeta, dove il sole sbuca con una certa frequenza dandoci la parvenza di un domani migliore. 

Unica consolazione, perenne e immutabile, resta il mare, al quale ci affidiamo in base alle indicazioni della rosa dei venti, ovvero in base alle movenze dei miei tendaggi casalinghi, che hanno generato una degna erede del colonnello Giuliacci. Ionio o Adriatico? Manda un whatsapp e riceverai il bollettino meteo completo, in tempo reale. Il caldo dà alla testa, ne sono consapevole, ma questo stato d’animo collettivo ha origini più remote e profonde.

Era una notte buia e tempestosa. In cielo guizzavano fulmini e saette, mentre un covo di streghe si riuniva per un sabba straordinario convocato all’ultimo minuto, ai piedi della “Scisa de Campi”.
“Quelle ragazzette e i loro amici meritano una lezione” si levò stridula la voce della più anziana, bramosa di vendetta. “Semi di cicoria, sangue di pipistrello, polvere di meteorite… dono alla banda degli irriverenti peripezie, turbolenze e una buona dose di colite/gastrite”. Il malocchio, oramai, pendeva sulle nostre teste, colpevoli di aver suscitato uno dei peggiori sentimenti: l’invidia. Mesi prima, le figlie di Crudelia non avevano visto di buon occhio il successo amoroso e professionale di un membro del gruppo, oggi residente in Inghilterra insieme alla sua pulzella dagli occhi blu.


Fu l’inizio di una serie di disavventure sentimentali e lavorative: l’incantesimo sconvolse le nostre esistenze, già provate dalle numerose ansie ereditate da bisnonni e affini. Lisa si innamorò di un marinaio americano, che veniva a trovarla ogni estate con la solita fandonia del matrimonio, puntualmente rimandato di anno in anno. Luca, alla soglia dei 40, adescava 20enni su Internet per le sue serate da eterno Peter Pan in discoteca, mentre Andrea puntava sulle over, le cosiddette milf, tra le cui braccia si sentiva amato e protetto. Paola e Chiara alternavano momenti di singletudine a lunghe fasi di stabilità di coppia, turbate all’improvviso da colpi di fulmine devastanti o da crisi interiori mai risolte. 

Intanto il mondo continuava a girare: orde di coetanei si giuravano amore eterno, procreavano una o più volte. Accantoniamo l’imperfetto. Questo accade ancora oggi, e in maniera più insistente: i matrimoni degli altri fioccano; capita ogni tanto di essere chiamati in causa come invitati, di dover sborsare denari che di questo passo non verranno mai “restituiti”. E giù di super alcolici per dimenticare in fretta. Per dimenticare in primis la fatica comportata dalla scelta del vestito da cerimonia (traffico, parcheggio, commesse invadenti, bancomat che langue), per dimenticare i fallimenti degli ultimi 30 anni, e per provare a riderci sopra. Ché in fondo questo è il male minore, e prima o poi l’incantesimo si spezzerà. Forse.

domenica 22 febbraio 2015

L'ORA DI ATTUALITA'

Ho smesso di masticare chewing-gum e messo il lucchetto alla “centrale dello spaccio” che per anni ha foraggiato Vigorsol e Vivident. Un tempo distribuivo confetti al mentolo tra i banchi di scuola senza pretendere alcun compenso. Sembravamo esseri ruminanti con una voragine allo stomaco che innescava gli spasmi tipici della fame chimica.  A un passo dalla dipendenza cronica,  giunse la crociata indetta dalla “Papessa Rossa”, docente di lingua e letteratura italiana, femminista convinta nonché anti-fascista, la donna che ha formato e incoraggiato la mia vena scribacchina.

“Chi mastica durante la lezione paga”, ammonì dalla cattedra sgranando i suoi occhi azzurri, limpidi e perfetti come il cristallo. Era bellissima. Raffinata e carismatica. Quello sguardo severo e al tempo stesso materno ci conquistò sin dal primo giorno. I suoi metodi didattici “rivoluzionari”, fuori dagli schemi, furono una palestra di vita nella quale imparammo a combattere i pregiudizi e la discriminazione, imparammo a sognare e a liberare la mente.
Giacché la scuola non è uno sterile contenitore di nozioni da imparare a memoria, né una pila di libri da sfogliare distrattamente. La scuola è molto di più. E noi lo scoprimmo insieme ad una maestra esemplare. Scoprimmo l’importanza di collegare gli eventi storici al presente, di osservare e analizzare il mondo oltre il recinto delle nostre case. E naturalmente a sputare quella maledetta cicca.

Qualcuno provò a bluffare, nascondendola sotto la lingua o appiccicandola sul palato, ma il chewing-gum detector era infallibile. Ci sgamava sempre.
“Colpito e affondato!”
“Professoressa, ma io…”
“Le regole vanno rispettate” ribatteva senza dare possibilità di replica all’alunno colto in flagranza di reato. “Come ben sapete il codice della scuola punisce i trasgressori con una sanzione cibaria. Sei condannato ad offrire un pacco di biscotti ai tuoi compagni.”

Le sue punizioni erano dolci ed aggreganti. Il momento della distribuzione dei biscotti diventava un intervallo extra, l’occasione per sorridere insieme e riflettere sul vizietto che funestava generazioni di studenti e che la prof provava a debellare a colpi di zucchero e farina.

In quegli anni parcheggiammo la noia fuori dalla porta, sulla quale un buontempone aveva scritto: “Lasciate ogni speranza voi che entrate”. Varcata quella soglia trovammo l’entusiasmo di imparare, di leggere e scrivere. Ogni settimana attendevo trepidante l’ora di attualità, fissata per il venerdì. Prima di recarmi a scuola entravo in edicola, compravo il giornale e lo infilavo nello zaino. Era un modo per familiarizzare con i quotidiani locali e nazionali, per cimentarsi nella stesura di un articolo.

“Cosa spinge un gruppo di ragazzi a lanciare dei sassi da un ponte?” mi chiesi mentre la penna scivolava sul foglio bianco. Era quella stessa noia che noi cercavamo di mettere al bando, avventurandoci nel racconto delle notizie. Provammo anche l’ebbrezza di realizzare un tg: in piedi davanti alla cattedra, ci alternavamo nel resoconto di fatti e curiosità. Ombrello nella mano sinistra e un finto microfono nella destra, interpretai l’inviata sotto la pioggia: dal red carpet della scuola media “Papa Giovanni XXIII” (di Trepuzzi), scimmiottando Anna Praderio, annunciai la struggente storia del “Re Leone”.

giovedì 5 febbraio 2015

L'ALTRA SPONDA DELL'ADRIATICO

L’odore del giaciglio su cui trascorse la notte lo tenne ancorato alla terra natìa con la stessa intensità di un cordone ombelicale. In quei fili di paglia era impregnata l’essenza delle montagne che mai avrebbe potuto dimenticare. Dall’altra sponda dell’Adriatico, molti anni dopo, Josif imparò a distinguere ogni singola cima tra una catena di profili evanescenti.

La notte degli addii fu insonne e infinita, sebbene la stanchezza fermasse il respiro. Josif e la sua famiglia camminarono a lungo prima di trovare rifugio in un vecchio capanno disabitato. Avevano abbandonato la casa di Elbasan  giorni prima per intraprendere il sentiero della salvezza, dopo essere stati ridotti in miseria da un impietoso regime dittatoriale. Nell’ultimo mezzo secolo, lo Stato aveva costretto il Paese delle Aquile in una gabbia di ferro, isolandolo dal resto del mondo.

Josif aveva 13 anni quando nel 1991 iniziò a correre verso la libertà. Al suo fianco c’era l’ombra di Dimitri, l’esile bambino cresciuto nella fattoria accanto, rimasto orfano nel 1989 subito dopo la caduta del muro di Berlino. Le vallate dell’Albania costituivano oramai l’ultima roccaforte del regime comunista, le cui fondamenta erano pronte a franare rovinosamente.

Quella notte Josif recitò le sue preghiere a bocca socchiusa. Un profondo squarcio nel tetto di legno lasciava filtrare il chiarore siderale. Assiepata sotto le stelle, la famiglia Laze si preparò a rivoluzionare la propria esistenza. Il cammino indicato dal cielo era nebuloso e pieno di incognite. Nelle tenebre balenavano come falene sguardi e silenzi, fino a che non sopraggiunse l’alba ad irrorare di riflessi viola e turchese il paesaggio circostante.

Gavril, il capofamiglia, aveva lavorato sodo una vita intera, prendendo esempio dagli adulti della sua tribù, uomini dalle spalle larghe e dalla testa dura come quella di un mulo: ogni notte intorno alle tre, si alzava in punta di piedi per nascondere una moneta in un luogo segreto della casa; contravvenendo alle regole della dittatura, era riuscito a mettere da parte un gruzzolo di denaro che sarebbe servito per raggiungere l’Italia. “Un giorno ti porterò a vedere la città eterna” ripeteva da tempo Gavril alla sua secondogenita, Miriam. Una bimba con occhi profondi, accentuati da sopracciglia scure che al sole brillavano come crine di cavallo.  Le piaceva fantasticare,  e al pari di altre ragazzine della sua età sognava il Bel Paese, ammaliata dalle immagini di un mini televisore in bianco e nero che trasmetteva i programmi della Rai.

“Spegni quell’apparecchio” la redarguiva puntualmente sua madre con un velo di rassegnazione. Anjeza non apprezzava lo stile italiano, a suo parere troppo frivolo e superficiale, assai lontano dai valori con cui era cresciuta: su tutti l’incrollabile fede in Dio. “Sono nata in Albania per volere divino, e nessun uomo potrà privare questo paese della speranza” ripeteva con i pugni serrati. 

Tuttavia era giunto il momento di oltrepassare il confine. “Partiamo” le aveva annunciato il marito nelle settimane che precedettero il grande esodo. “Lasciamo l’Albania per sempre. Ho messo da parte dei risparmi per la traversata via mare”. Anjeza rimase impietrita. Guardò dalla finestra e d’un tratto rivide i volti che avevano popolato la sua infanzia riaffiorare oltre i vetri. Mise quei ricordi in valigia alla rinfusa, trascinandoli con sé verso la baia di Valona.

Il barcone li attendeva sulla banchina del porto, al levar del sole. Era il giorno dell’esodo che avrebbe segnato la storia dell’Adriatico. Come una colonia di formiche, migliaia di persone si trascinavano disorientate, in attesa di imbarcarsi sui pescherecci corrosi dalla salsedine.


Miriam si aggrappò impaurita alla giacca del padre, mentre Josif indicava la rotta con la stessa sapienza di un nostromo e s’affannava a scrutare un orizzonte avaro di indizi, dietro il quale si celava il salvifico approdo: la Terra d’Otranto.